sabato 30 aprile 2016

Bagni Marina Genovese: dal Comune solo promesse e va sempre peggio



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Come ogni anno, con sempre maggiore disillusione e con sempre crescente preoccupazione i lavoratori dei Bagni Marina Genovese si apprestano ad affrontare la imminente stagione balneare>: lo dicono i sindacati che accusano la civica amministrazione. Disillusione e preoccupazione per la chiara consapevolezza del degrado che avanza e per la certezza che sarà sempre più difficile fornire ai bagnanti quel servizio che si era distinto per professionalità e qualità dell’accoglienza. C’è anche il serio pericolo che quest’anno si aprano gli stabilimenti senza servizi di ristorazione. Oggi la carenza di organico la scarsità delle risorse, le discutibili scelte gestionali e la poca attenzione dimostrata dal Comune di Genova, proprietario della società di gestione, sta mettendo seriamente in pericolo questo straordinario patrimonio che ha storicamente permesso a Genova la valorizzazione del litorale e il conseguente sviluppo del turismo oltre ad aver  permesso ai cittadini genovesi di godere in sicurezza del  proprio mare. All’insistente richiesta dei lavoratori di ampliamento e di riqualificazione dell’offerta del sistema della balneazione, che avrebbe permesso il tanto sospirato ampliamento del tempo di lavoro, promesse tante, fatti zero. Un esempio per tutti: dove è finito il tanto pubblicizzato progetto dell’ostello a S. Nazaro? Nel 2001 la società Bagni Marina Genovese, fortemente voluta dall’amministrazione di allora, nacque dalla privatizzazione dell’Azienda Bagni direttamente gestita dal Comune con l’ambizione di “svolgere attività di organizzazione, promozione diffusione della pratica di qualsivoglia sport, organizzazione e gestione del tempo libero, di intrattenimenti di qualsivoglia natura, gestione di impianti sportivi ,bar, ristoranti tavole calde locali notturni e diurni ,discoteche sale da ballo, impianti ed attrezzature di qualsivoglia genere ivi compresa la gestione di stabilimenti balneari e di spiagge libere attrezzate,nonché il noleggio di attrezzature di ogni tipo” (Statuto 2001). Di fronte a tale prospettiva fu facile per l’amministrazione convincere i lavoratori dell’azienda bagni a impegnarsi in una nuova un’azienda che in poco tempo avrebbe garantito loro la piena occupazione e lo sviluppo delle professionalità esercitate. Dopo 14 anni di immobilismo o addirittura di contrazione della società è difficile credere a ulteriori promesse che non possono che configurarsi come una presa in giro per sopravvivere e fronteggiare la stagione corrente, nella totale insicurezza per quella successiva. Una situazione sempre più difficile, visto che nel 2001 la società aveva un organico di 70 addetti che svolgevano attività presso 3 stabilimenti (San Nazzaro, Scogliera, Janua), che invece oggi funzionano con 40 dipendenti. Ormai da troppo tempo si fronteggiano le stagioni balneari in modo approssimativo, con un organico ridottissimo, chiedendo uno sforzo eccezionale, con false promesse di miglioramenti futuri, sfruttando il bisogno di lavorare, la fiducia e il senso di responsabilità dei dipendenti, che, nel tempo, si è dimostrato essere superiore a quello dei dirigenti che si sono avvicendati in azienda”, dichiarano ancora i sindacati. E’ ora che amministratori e dirigenti dicano con chiarezza se vogliono abbandonare gli stabilimenti balneari che rappresentano un pezzo di storia e di cultura della città, a una lenta fine nel progressivo degrado oppure, come ci auspichiamo, prendano una decisione che superi l’ottica miope e sterile nella quale si sono arroccati e trovino una soluzione che rilanci veramente il servizio e dia un lavoro dignitoso a questi dipendenti che senza paura di essere smentiti potremmo definire i più vecchi precari dell’amministrazione genovese. Intanto continuano a lavorare 4 mesi all’anno senza la prospettiva di un lavoro che permetta una vita dignitosa. A nulla è servito che si siano resi disponibili per qualsiasi attività. Per loro solo cavilli burocratici, per questi lavoratori che si possono definire “i più vecchi precari del Comune di Genova” nessuna prospettiva, solo il timore di essere trascinati alla deriva insieme ad una società senza futuro. Si aspetta forse il peggio per svendere ai privati?

mercoledì 27 aprile 2016

Ogni giorno in Liguria chiudono 7 artigiani, l’allarme di Confartigianato



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Saldo negativo di 687 microimprese in questi primi tre mesi dell’anno. Cali per manifatturiero e costruzioni. Grasso (Confartigianato): «Continua l’emorragia di imprese: speriamo che i recenti interventi regionali facciano rapidamente effetto, altrimenti serve aumentare rapidamente la dose»
Partenza in salita per l’artigianato ligure nel 2016: il primo trimestre si chiude con un saldo negativo dell’1,5% (pari a 687 imprese in meno, a chiudere sono circa 7,6 unità ogni giorno, dati Infocamere-Movimprese) tra cessazioni di attività (1.382) e nuove aperture (965). Il trend ricalca l’andamento medio nazionale, pari a un -0,98% nei primi tre mesi dell’anno. Nel dettaglio, in Liguria si contano 44.173 micro e piccole imprese artigiane attive. I due principali settori, manifatturiero e costruzioni, registrano entrambi un calo dell’1%. Nel primo caso, sulle 7.345 microimprese totali, 142 hanno aperto i battenti, mentre 216 hanno chiuso, per un saldo negativo di 74 unità. Il settore delle costruzioni ha invece perso 217 realtà in tre mesi, frutto di 490 nuove aperture, 707 chiusure, per un totale di 21.386 imprese attive. Anche in questo caso, i dati seguono il trend nazionale, che vede il manifatturiero perdere lo 0,95% di microimprese e le costruzioni addirittura l’1,35%. «Un andamento negativo che segue, e in alcuni casi aggrava, la scia con cui si era chiuso il 2015 – è il commento di Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria – L’auspicio è che le azioni messe in campo dagli amministratori regionali, tra cui la misura Artigiancassa e gli incentivi all’avvio d’impresa come la recente misura di esenzione Irap per le nuove attività produttive che aprono in Liguria, possano avere al più presto un riscontro tangibile sul tessuto economico della nostra regione, altrimenti serve aumentare rapidamente la dose degli interventi per invertire subito questa rotta negativa e riportarla in direzione della crescita». A livello provinciale, Genova conta 22.722 micro e piccole imprese artigiane attive. In questi primi tre mesi 493 hanno aperto i battenti e 693 li hanno chiusi, per un saldo di 200 unità in meno (-0,88%). In provincia hanno sofferto sia le costruzioni (10.805 realtà), che hanno perso lo 0,9% pari a 98 microimprese in meno, frutto di un saldo tra 253 aperture e 351 chiusure, sia il manifatturiero: 3.843 realtà attive, 79 aperture, 116 chiusure e un saldo negativo dello 0,96% (37 microimprese in meno). A Savona si contano complessivamente 9.152 realtà attive. 190 aperture, 299 chiusure, per un totale di 109 unità artigiane in meno (-1,19%). Le costruzioni (4.665 unità) registrano un saldo negativo tra nuove iscrizioni (97) e cessazioni (157), pari al -1,28% (si tratta di 60 realtà in meno). È andata leggermente meglio al manifatturiero, ma anche in questo caso c’è un segno meno: 1.441 realtà artigiane in totale, 24 nuove aperture e 39 chiusure d’impresa, per un saldo negativo dell’1,04% e 15 microimprese in meno. Ci spostiamo a Imperia. Qui si contano 7.001 micro e piccole imprese artigiane attive. In questo primo trimestre le aperture sono state 158, le chiusure 188, che significa 30 realtà in meno (-0,42%). Le microimprese attive nelle costruzioni (3.679) si sono ridotte dello 0,4%%, 15 unità in meno, frutto di un saldo negativo tra 77 nuove aperture e 92 chiusure. Per ciò che riguarda la manifattura artigiana, contiamo 1.047 realtà imperiesi, le uniche a essere rimaste quasi invariate: 22 nuove aperture, 25 chiusure e un trend negativo solo dello 0,28%. Infine, nello spezzino, i numeri parlano di 5.298 microimprese totali, 124 aperture e 202 chiusure d’impresa: il saldo è negativo di 78 unità (-1,47%). Nel dettaglio, le costruzioni (2.237 microimprese totali) registrano una contrazione pari all’1,96% (44 imprese in meno), derivato da 63 aperture e 107 cessazioni d’attività. Il manifatturiero (1.014 realtà) registra nel primo trimestre 17 nuove iscrizioni e oltre il doppio delle chiusure, 36: il saldo è negativo dell’1,87% (-19 unità).

Aziende a rischio incidente: i casi Carmagnani Multedo e Iplom Fegino

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Diciassette aziende della Provincia di Genova compaiono nell’inventario nazionale degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti ai sensi dell’art. 15 comma 4 del Decreto Legislativo 334/1999 (noto come “Seveso 2”) e successive modifiche e integrazioni (Decreto Legislativo 238/2005 che recepisce la direttiva del Consiglio europeo 2003/105/CE, la cosiddetta “Seveso 3″).
L’elenco è lungo e, solo per l’area metropolitana genovese, comprende 14 attività industriali. Tra queste, 5 si trovano in area portuale: depositi di oli minerali Silomar, Petrolig, Eni, Getoil; centrale termoelettrica Enel; 5 tra Medio-Ponente e Ponente: acciaierie Ilva (Cornigliano); produzione e/deposito di esplosivi Beppino Zandonella Callegher-Tecnomine (Sestri Ponente in zona Monte Gazzo); depositi di oli minerali Eni (Pegli), Carmagnani (Multedo), Superba (Pegli); 4 in Val Polcevera: depositi di oli minerali Iplom (Fegino), Sigemi (San Quirico), Europam (San Quirico); deposito di gas liquefatti Liquigas (Bolzaneto).
Le restanti 3 aziende RIR si trovano a Busalla: raffinazione petrolio Iplom; Carasco: stabilimento chimico o petrolchimico A-Esse Fabbrica Ossidi Di Zinco; Cogoleto: deposito di gas liquefatti Autogas Nord.

Per Stabilimento a Rischio di Incidente Rilevante (RIR) si intende un’area, sottoposta al controllo di un gestore, nella quale sono presenti sostanze pericolose (come definite dal D.Lgs. 334/99, integrato al D.Lgs. 238/05) all’interno di uno o più impianti, comprese le infrastrutture o le attività comuni o connesse, nella quale può verificarsi un evento, quale un’emissione, un incendio o un’esplosione di grande entità, dovuto a sviluppi incontrollati, che si verificano durante la sua attività, e che possa dare luogo ad un pericolo grave, immediato o differito, per la salute umana o per l’ambiente, all’interno o all’esterno dello stabilimento, ed in cui intervengano una o più sostanze pericolose.
Le aziende RIR devono adempiere a una serie di severe prescrizioni per prevenire incidenti, o almeno per far sì che un eventuale incidente non abbia conseguenze nefaste sulla popolazione residente nei dintorni.
Ma i doveri non sono in capo soltanto ai gestori degli stabilimenti. La legge assegna dei compiti importanti anche ai Comuni in cui queste attività produttive sono ubicate: i PUC (Piani Urbanistici Comunali), infatti, devono tener conto della presenza sul territorio di tali insediamenti industriali e prevedere, per esempio, che non si possano costruire scuole, asili, ospedali o altri servizi troppo vicino agli stabilimenti considerati pericolosi.
La Provincia di Genova nel 2008 ha varato una “variante” al PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) che individua le cosiddette “aree di osservazione” circostanti alle aziende a rischio e fornisce alcune indicazioni ai Comuni affinché adottino nei loro piani urbanistici prescrizioni particolari in queste aree.

IL CASO CARMAGNANI
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«L’amministrazione sta realizzando, per tutto il territorio metropolitano di Genova, il piano delle aziende a Rischio di Incidente Rilevante – spiega Stefano Bernini, Vicesindaco di Genova ed Assessore all’Urbanistica – È un elaborato tecnico fondamentale che deve essere connesso con il PUC. Il documento prevede che nelle vicinanze di alcuni stabilimenti industriali classificati RIR non siano previste alcune tipologie di insediamenti, quali ospedali, scuole, servizi pubblici, ecc.».
«Sono numerose le aziende che svolgono attività potenzialmente a rischio – sottolinea Bernini – In base alla normativa di legge hanno sviluppato tecnologie e meccanismi di difesa i quali permettono che il danno provocato da un eventuale incidente sia circoscritto all’interno dei confini dello stabilimento ed al massimo possa coinvolgere una fascia limitata all’esterno dell’insediamento industriale».
L’amministrazione comunale ha commissionato la stesura del documento RIR all’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure (Arpal).
La procedura prevede una valutazione di quelli che possono essere gli impatti pericolosi per la salute e l’incolumità pubblica causati da eventuali scenari incidentali. Sulla scorta dei dati raccolti, applicando i criteri stabiliti dal Decreto Legislativo 334/99, un’azienda è definita compatibile o meno con il tessuto urbano che la ospita.

Attualmente 2 aziende risultano incompatibili: Attilio Carmagnani S.p.A. (deposito di stoccaggio di prodotti chimici e petrolchimici, ubicato a Multedo) e Liquigas S.p.A. (deposito di gas liquefatti, sito a Bolzaneto). Quest’ultima, in accordo con l’Arpal, ha già realizzato gli accorgimenti tecnici necessari per sanare la sua situazione. «Per Carmagnani, invece, si tratta di un investimento di proporzioni più rilevanti e per il momento l’azienda non lo ha ancora concretizzato – afferma Bernini – Ma ha già individuato gli interventi da eseguire».
«Quando presenteremo il piano delle aziende a Rischio di Incidente Rilevante (in allegato al PUC) sappiamo che Carmagnani potrà rendersi compatibile realizzando i lavori necessari», sottolinea Bernini.
L’amministrazione comunale, nelle more della pubblicazione del documento, si è attivata cercando di coinvolgere l’azienda affinché adotti le misure di tipo impiantistico per garantire la sicurezza del territorio. Il confronto con Carmagnani è in via di svolgimento e, dalle ultime notizie che trapelano, il Rapporto di Sicurezza dello stabilimento – che deve essere redatto e aggiornato periodicamente – è stato valutato positivamente dal Comitato Tecnico Regionale di prevenzione incendi (l’organo di cui fanno parte, oltre ai Vigili del Fuoco, Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro (Ispesl), Regione, Provincia, Comune e Arpal).

Tutt’altra questione è quella del trasferimento di Carmagnani S.p.A. e Superba s.r.l. – che insieme compongono il cosiddetto “polo petrolchimico di Multedo” – di cui si parla da anni.
«Il fatto che le 2 aziende continuino a lavorare non vuol dire che siano compatibili al 100% con il tessuto urbano del Ponente – precisa Bernini – La previsione della loro delocalizzazione, come richiesto a gran voce dalla popolazione, sarà mantenuta nel PUC. Oggi è più facile ipotizzare il loro spostamento perché in area portuale c’è una minore presenza di attività rispetto al passato. Certo rimane da sostenere un significativo costo economico che, almeno per ora, le aziende non hanno intenzione di sobbarcarsi, ma l’indirizzo urbanistico resta quello».

IL CASO IPLOM
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Sabato 9 e domenica 10 marzo del 2013 si era già verificata una fuoriuscita di odori nauseabondi dai serbatoi Iplom di Fegino. Il gestore del deposito (di proprietà Seapad s.r.l.) è Iplom S.p.A. che svolge attività di ricezione, stoccaggio – in 11 serbatoi atmosferici – e spedizione, a mezzo oleodotto, di prodotti petroliferi grezzi, olio combustibile, benzina e virgin nafta.
«Sono anni che il ripetersi di simili episodi causa disagi ma anche malori agli abitanti dei dintorni – racconta Angelo Spanò, membro del Comitato per Borzoli e Fegino – Quand’ero consigliere provinciale dei Verdi avevamo realizzato delle commissioni congiunte Provincia-Comune per affrontare il problema. A distanza di anni, però, nulla è cambiato».
Periodicamente i cittadini sono inondati da intensi miasmi. Era già accaduto nell’aprile 2011 – quando due bambini furono ricoverati al Pronto Soccorso dell’ospedale Gaslini, mentre altri tre si sentirono male a scuola – e prima ancora nel gennaio 2010.
Il problema si genera con l’estrazione del petrolio dai serbatoi. Questi ultimi sono dotati di un tetto galleggiante che man mano scende lungo le pareti del contenitore che dovrebbero essere pulite dalle guarnizioni. Ma evidentemente ciò non accade: alcune particelle di greggio rimangono attaccate al tetto ed una volta a contatto con l’aria si volatilizzano nell’atmosfera causando i miasmi.
Inoltre, secondo Spanò, la responsabilità delle fastidiose esalazioni potrebbe essere imputata anche alla forte pressione con cui viene pompato il greggio perché «Le navi meno sostano in porto, meno costano».
Negli ultimi tempi l’azienda avrebbe eseguito alcuni interventi di tipo impiantistico ma la situazione non è migliorata. E così un’ulteriore forma di inquinamento continua a gravare su una zona già penalizzata dal traffico di mezzi pesanti diretti alla Derrick di Borzoli.
«All’epoca dell’assessore comunale Senesi convincemmo l’ex Sindaco Vincenzi a varare un’ordinanza per proibire lo stoccaggio del greggio proveniente dall’Uzbekistan – ricorda Spanò – ancor più problematico rispetto ad altri visto l’elevato contenuto di mercaptani, ossia particelle di zolfo e idrogeno utili a rendere riconoscibile il gas, che altrimenti sarebbe inodore, con la tipica puzza di uovo marcio».

Gli abitanti si domandano se tutte le prescrizioni imposte alla Iplom siano seguite alla lettera e soprattutto «Vogliamo sapere in che modo dobbiamo comportarci in caso di un eventuale incidente all’interno del deposito  – sottolinea Spanò – Nessuno, infatti, ha mai spiegato ai cittadini le norme da seguire».
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«Lo stabilimento è dotato di tutti i meccanismi per la sicurezza attiva previsti dalla Legge – spiega il Vicesindaco, Stefano Bernini – In effetti esistono delle possibili forme di copertura dei serbatoi che potrebbero risolvere il problema dei miasmi. Ma tali modifiche non sono state realizzate».
Nel caso specifico «Occorre sottolineare che, in base ai controlli finora effettuati dagli organi competenti, non risulta una tossicità rilevata di queste esalazioni», aggiunge Bernini. Quindi, in altri termini, non si può obbligare la ditta ad eseguire gli accorgimenti tecnici in grado di eliminare, o quantomeno limitare, le fuoriuscite nauseabonde.
Quando accadono simili eventi – che, secondo le normative vigenti, rientrano nell’ambito di un supposto danno ambientale – le strutture territoriali di Arpal e Vigili del Fuoco intervengono in loco, su allerta delle autorità, con attività di monitoraggio e campionatura dell’aria. In base ai risultati dei controlli vengono decisi eventuali provvedimenti a carico dell’azienda.
Per quanto riguarda la gestione della sicurezza nel caso di incidente rilevante, le regole sono rigorose. Ogni stabilimento RIR è dotato di un Piano di Emergenza Interno (PEI) che scatta quando si verificano determinate situazioni e prevede le seguenti azioni: attivazione della procedura di emergenza; comunicazione di allerta all’autorità preposta, ossia la Prefettura. Quest’ultima, di concerto con gli enti locali, ha il compito di predisporre ed approvare il Piano di Emergenza Esterno (PEE) per ogni azienda RIR. Il PEE contiene le disposizioni dirette a gestire l’intervento dei soccorritori in caso d’accadimento di un incidente rilevante, interessante l’area esterna allo stabilimento in questione e si applica in seguito all’attivazione del PEI.
Sul sito web del Comune di Genova sono reperibili dei depliant informativi «Destinati ai cittadini che vivono e/o lavorano vicino alle aziende classificate a rischio di incidente rilevante e ai lavoratori che vi operano. Il Comune di Genova, attraverso gli Assessorati alla città Sostenibile e alla città Sicura, ha redatto il presente manuale che contiene la scheda di informazione presentata dai singoli stabilimenti allo scopo di garantire la massima trasparenza ed una informativa completa e di facile accesso».
Brevi opuscoletti che forniscono informazioni generali sugli stabilimenti e sul territorio in cui sono ubicati, sulle misure di sicurezza da adottare ed alcuni suggerimenti sulle norme di comportamento da osservare in caso di incidente.
Sulle pagine web della Prefettura di Genova, invece, sono disponibili in versione integrale i singoli PEE, corposi documenti di non facile lettura per tutti.
Ma sul piano della comunicazione ai cittadini resta ancora molto lavoro da fare. Pensiamo soltanto a tutte quelle persone, magari anziane, che abitualmente non usano la rete Internet. Per loro è difficile accedere alle informazioni e conoscere i comportamenti corretti da mettere in pratica in caso di pericolo.
«In questo ambito il Comune ha innanzitutto una competenza urbanistica – risponde Bernini – Comunque, stiamo lavorando con Arpal per trasmettere alla popolazione un’informazione corretta e completa. Quando pubblicheremo il documento RIR tutti gli elementi utili saranno messi in evidenza, consultabili da chiunque».
Secondo il Vicesindaco prima non esisteva un’adeguata pianificazione in questo senso, mentre «Oggi sappiamo come comportarci sul territorio grazie all’organizzazione di un efficiente sistema di Protezione Civile. Questo è il primo passo per fronteggiare eventuali emergenze». Inoltre, l’amministrazione dispone di grandi dotazioni informatiche «Ma scontiamo un grave ritardo nell’implementazione dei dati - continua Bernini – Basti pensare che fino a poco tempo fa non conoscevamo nel dettaglio la rete di tubature di acqua, gas, ecc. Adesso stiamo ricostruendo la situazione per colmare il gap».

«Francamente, nel caso delle aziende RIR, non credo sia particolarmente utile organizzare degli incontri con i cittadini – sottolinea Bernini – perché tale modalità potrebbe generare in loro un effetto ansiogeno negativo. Chiederò all’Assessore Gianni Crivello (Protezione Civile) di studiare un’efficace forma di comunicazione. Ad esempio, potrebbe funzionare il sistema dei volontari “porta a porta”, sul modello della prevenzione degli eventi alluvionali».
Infine, almeno per il prossimo futuro, il deposito Iplom resterà ben saldo al suo posto, con buona pace degli abitanti di Fegino «Nel PUC l’area rimane a destinazione industriale – conclude Bernini – e non esiste alcuna ipotesi di delocalizzazione della Iplom».

Matteo Quadrone
[Iplom Fegino, foto dell’autore]

Fonte

Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

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Nel territorio metropolitano provinciale di Genova esistono 16 impianti industriali considerati a rischio di incidente rilevante, secondo i parametri del decreto legislativo n. 334/1999, modificato a più riprese fino alla recente integrazione del decreto 105 del luglio scorso. A dirlo è l’ultimo rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ben 13 di questi impianti sono dislocati sul territorio del Comune di Genova, facendone il terzo a livello nazionale per concentrazione, preceduto soltanto da Ravenna (26 impianti) e Venezia (15). La nostra città deve la sua posizione in questa speciale classifica alla presenza di infrastrutture legate al comparto petrolifero: il porto genovese è stato ed è porta geografica importante per il circuito degli idrocarburi del nord Italia, e non solo.
Per tutti questi impianti sono previste norme di sicurezza molto stringenti, tra cui quella che prevede la realizzazione, da parte dell’azienda, dei Piani di Emergenza Interna (PEI), che devono essere perfezionati attraverso periodiche esercitazioni. Dei 16 impianti provinciali, 10 rientrano anche nelle normative previste dall’articolo 8 della già citata legge in cui vengono prescritti particolari provvedimenti, per via delle quantità di materiale pericoloso trattato e stoccato. Tra queste disposizioni, una delle più caratterizzanti è quella che rende obbligatoria la stesura da parte della Prefettura di competenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).
Vi abbiamo già descritto la situazione dei PEE legati agli impianti Iplom di Fegino e Busalla, svelando, prima di altri, ritardi inquietanti nella stesura e nell’aggiornamento di questi documenti fondamentali per la sicurezza dell’ambiente e delle persone.
 Ma non ci siamo fermati qui. Facendo ulteriori verifiche abbiamo “scoperto” che di questi 10 impianti, ad oggi, solo uno è dotato di un PEE aggiornato, pubblico e quindi valido, mentre 4 hanno un PEE pubblico ma scaduto da un anno. Per i rimanenti 5 non vi è traccia della documentazione, che dovrebbe essere pubblica e, anzi, divulgata chiaramente alla popolazione.

I Piano di Emergenza Esterna scaduti

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Ogni PEE deve essere aggiornato ogni qualvolta subentrino modifiche sostanziali nelle infrastrutture dell’impianto e, comunque, con una cadenza che non superi i tre anni. L’unico sito che oggi risulta essere adeguatamente “coperto” è A-Esse s.p.a., di Cravasco, che produce ossidi di zinco, il cui PEE, licenziato nel 2013, sarà valido fino al prossimo luglio.
Risultano invece “scaduti” i restanti 4 PEE pubblicati sul sito web delle Prefettura genovese: oltre agli impianti Iplom di Fegino, quindi, il sito Eni di Pegli (Ex Praoil), che movimenta e stocca prodotti petroliferi, Superba s.r.l, che oltre agli idrocarburi movimenta prodotti chimici, e la Carmagnani s.p.a., attiva nello stesso settore. Questi tre impianti formano quello che i tecnici chiamano “Quadrante Multedo”: vicinissimi tra loro, hanno porzioni delle “zone di danno” che si intersecano, con un potenziale “effetto domino” che in caso di incidenti potrebbe rivelarsi decisamente drammatico. Come tutti sanno, inoltre, nelle immediate vicinanze sussistono zone densamente abitate (Pegli e Sestri Ponente), scuole, impianti sportivi, autostrada e linea ferroviaria. Senza dimenticare il torrente Varenna e il mare a pochissimi metri. In questo contesto particolarmente delicato, quindi, un ritardo nell’aggiornamento dei PEE assume contorni inquietanti: i piani esistono, intendiamoci, ma sono del 2012 e quindi fuori norma.

I Piani di Emergenza Esterna “fantasma”

iplom-petrolio-inquinamentoRicapitolando: dei cinque PEE pubblicati sul sito web della Prefettura, solo uno è attualmente valido. Ma qual è la situazione per i rimanenti impianti a rischio incidente rilevante presenti sul territorio metropolitano genovese? Come abbiamo visto, il PEE della raffineria Iplom di Busalla risale al 2006 e non è disponibile al pubblico perché, stando a quanto riferito dalla Prefettura, “in fase di revisione”.
Per gli altri 4 impianti la situazione è simile: del PEE non c’è traccia sul sito della Prefettura. Stiamo parlando dei depositi chimici Silomar di Ponte Etiopia, a pochi metri dallo snodo di San Benigno e dalla Lanterna; i depositi petrolchimici Petrolig, situati in Calata Stefano Canzio, nel cuore del porto vecchio; i depositi Sigemi di fronte a San Quirico e a due passi dal Polcevera; il Porto Petroli Eni, sempre a Multedo.

Il Comune: «Non è compito nostro ma vigiliamo». La Regione: «Presto tavolo con prefettura e governo»

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La questione sembra cogliere di sorpresa anche gli enti locali. L’assessore per la Protezione Civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, che abbiamo rincorso tra la gestione dell’emergenza sul Polcevera e l’allerta meteo, ricorda che «la materia non è di diretta competenza comunale. I nostri uffici tecnici sono al lavoro per approfondire la questione: solo dopo un’attenta verifica della situazione ci muoveremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco, Stefano Bernini: «La competenza dei piani di emergenza non è nostra – ribadisce – durante la stesura del Puc, ovviamente, ci siamo appoggiati ad Arpal e Regione che ci ha fornito le documentazioni tecniche sulle aree limitrofe ai grandi impianti industriali».
La Regione, invece, attraverso l’assessore all’Ambiente e alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, ci assicura che «finita l’emergenza (sul caso Iplom, ndr) chiederemo urgentemente un tavolo con Prefettura e governo per approfondire questa vicenda che, se fosse confermata, rileverebbe un dato preoccupante» perché un caso come quello di Fegino «non può ripetersi in nessuna maniera e perché non è possibile che i cittadini oggi convivano oltre che con il danno, anche con la paura costante che qualcosa possa succedere».
A preoccupare non sono, però, solo le procedure di emergenza ma anche tutta la questione legata agli oleodotti che attraversano la città: «Non è immaginabile che tubature con una qualche carenza attraversino la città di Genova – continua Giampedrone – e bisogna affrontare la questione con un piano nazionale».
Adesso è certamente il momento dell’emergenza, momento in cui bisogna fare in fretta per arginare un danno ambientale che col passare delle ore appare sempre più grave, soprattutto con il maltempo che complica le operazioni di messa in sicurezza. Una volta che l’urgenza sarà terminata e la bonifica definitiva avviata, però, è necessario che gli enti preposti si diano da fare per mettere in sicurezza il territorio: gli strumenti ci sarebbero, basterebbe predisporli nella maniera adeguata, ognuno secondo le proprie competenze. E, possibilmente, anche rapidamente.

Nicola Giordanella

Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio



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Emergenza ambientale a Genova, per la rottura di un tubo dell’oleodotto Iplom ha invaso il rio Fegino all’altezza di salita Pianego in Valpolcevera. L’onda ha inquinato il rio ed ha raggiunto il Polcevera. Il tubo a monte è stato chiuso, ma il materiale che si è riversato nel greto del Fegino ed è affluito nel torrente più grande arrivando fino alla foce. Sul posto hanno lavorando gli agenti di polizia municipale del Reparto ambiente insieme ai vigili del fuoco. 

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Mentre la magistratura indaga, l’azienda e le istituzioni cercano di accelerare al massimo i tempi di messa definitiva in sicurezza con l’ansia piogge e sversamento in mare, Si è scovato un elemento che al grave danno aggiungerebbe una altrettanto grave beffa. L’intervento per arginare i danni causati dalla rottura della tubatura di Fegino, è stato condotto sulla base di un Piano di Emergenza Esterno che risulta non essere aggiornato dal 2012 e, quindi, secondo quanto previsto dalla legge, “scaduto” nel 2015. Un caso non isolato: la situazione è ancora più grave ed inquietante se si guarda all’altro impianto petrolifero presente sul territorio metropolitano genovese, cioè la raffineria Iplom di Busalla, dove l’ultimo piano risale al 2006. La responsabilità di questo documento è della Prefettura di Genova che, come tutte le prefetture, ha il compito previsto dal legislatore di redigere questo documento, verificarlo e tenerlo aggiornato secondo criteri e scadenze precise.

Il quadro normativo

La legge parla chiaro: per ogni impianto industriale considerato a rischio rilevante, la Prefettura di competenza ha l’obbligo di redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), renderlo di evidenza pubblica e aggiornarlo al massimo ogni tre anni. Il quadro normativo di riferimento è il Decreto Legislativo 105, del 26 giugno 2015, che recepisce (sforando di un mese sulla scadenza ultima) l’aggiornamento apportato dalla direttiva comunitaria del 4 luglio 2012 alla precedente “Direttiva Seveso” del 1982 (recepita dal legislatore italiano nel 1988), già aggiornata in precedenza durante lo stesso 1982 (in Italia solo nel 1999) e poi nel 2003 (nel nostro ordinamento dal 2005). Una storia, quindi, costellata di ritardi.
La norma prevede tutta una serie di obblighi atti a prevenire gravi incidenti industriali, con le relative conseguenze su persone e ambiente, come appunto accadde il 10 luglio del 1976 a Seveso, quando un’enorme nube tossica fuoriuscì dagli impianti chimici della ICMESA, investendo terreni e abitazioni.
Da quel disastro, quindi, nacque l’esigenza a livello europeo di avere regole precise e rigorose per evitare nuove sciagure. Tra gli elementi chiave della direttiva, l’obbligo di studiare e rendere operativi piani di emergenza esterni: organizzare, cioè, strategie di azione in tutte quelle ipotetiche situazioni di crisi che coinvolgono l’ambiente esterno all’impianto in questione.

Che cos’è il Piano di Emergenza Esterno

iplom-petrolio-genova-polcevera 
Nel dettaglio, il PEE elenca tutte le sostanze pericolose presenti nel sito e i luoghi dove sono stoccate, prevede una casistica di incidenti potenziali secondo i diversi livelli di gravità, cataloga le aree attigue differenziandole in zone di danno potenziale, e stila una serie di interventi possibili, mappando criticità, l’assetto idrogeologico, ulteriori aree a rischio limitrofe, gli accessi agli impianti e le vie di fuga per la popolazione, e coordinando Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Polizia ed enti territoriali.
In altre parole, con il PEE, in caso di incidente, si sa cosa c’è, si sa dove è, si sa cosa può succedere, e soprattutto si sa subito come intervenire il più efficacemente possibile.
Proprio per questo, il suo aggiornamento è fondamentale. Ogni modifica sostanziale degli impianti, infatti, deve essere catalogata e verificata, ma non solo: anche semplici cambiamenti viari e delle infrastrutture limitrofe a un determinato impianto possono costituire un fattore di novità importante, che è meglio non appurare ad emergenza in corso.

Il PEE scaduto dell’Iplom di Fegino

Foto da profilo Facebook Enpa 
Ritardi, dicevamo. Per quanto riguarda gli impianti di Fegino, sul sito web della Prefettura è pubblicato integralmente un PEE, datato 2012. Sullo stesso documento, però, viene predisposto un aggiornamento su base triennale, la cui prima scadenza, quindi risulta essere il 2015. In altre parole, quello vigente è un piano scaduto, non aggiornato, vecchio. L’intervento che ha seguito lo sversamento di petrolio nel rio Fegino, e poi nel Polcevera, quindi, potrebbe essere stato inficiato da questo dato.
Abbiamo chiesto chiarimenti alla Prefettura, le cui uniche risposte sono state una serie di rimbalzi interni, unita a un «non possiamo rispondere né in senso né nell’altro».

Il PEE scaduto dell’Iplom di Busalla

Torniamo a Busalla. Il PEE relativo alla raffineria Iplom non si trova sul sito della Prefettura e, in base alle nostre ricerche, non ne esiste copia pubblica. Abbiamo contattato, quindi, il sindaco di Busalla, Loris Maieron, che ci ha confermato che l’ultima versione disponibile risale al 2006, quindi scaduta dal 2009: «Appena mi sono insediato, nel 2014, ho appurato questa situazione – precisa il primo cittadino – e ho fatto diverse richieste al Prefetto in merito, l’ultima volta ufficialmente l’agosto scorso».
iplom-petrolio-mare 
Anche Iplom, da parte sua, ci ha confermato questo dato, mettendo la propria copia a disposizione per una consultazione in quanto «documento pubblico», come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda.
Anche in questo caso abbiamo chiesto chiarimenti ai funzionari degli uffici prefettizi di Genova che, dopo una serie di ricerche interne, hanno confermato la situazione: il PEE relativo alla raffineria di Busalla risale al 2006 e non è pubblico perché in fase di aggiornamento. Alla domanda sul perché di un tale ritardo la risposta è stata un secco «no comment».
Alla luce di questi dati, quindi, è legittimo pensare che l’emergenza successiva all’incidente di domenica 17 aprile, che in queste ore sta tenendo con il fiato sospeso tutta la città, e non solo, potesse essere affrontata in maniera più efficace se il PEE fosse stato aggiornato, come prescritto dalla legge. Un dubbio che rimarrà tale. Per quanto riguarda Busalla, invece, la speranza è quella di non doversi porre mai questa domanda.

Nicola Giordanella

lunedì 25 aprile 2016

Campomorone, oltre mille firme per difendere l'asilo

 

Oltre mille firme, un'intera frazione di Campomorone, nell'entroterra della Valpolcevera, per chiedere il mantenimento in funzione dell'asilo nido domiciliare “Arcobaleno Magico” di Campora. Un'iniziativa portata avanti con forza dai genitori dei bambini dell'istituto per indurre l'amministrazione comunale a non ridurre il contributo versato annualmente all'asilo, un'integrazione pressoché dimezzata nell'ultimo anno da sommarsi alle rette pagate da ogni singolo alunno, fondamentale per il bilancio dell' “Arcobaleno Magico” ed evitare così di appesantire la situazione economica dell'istituto.Qualità del servizio, attenzione ai bambini e comodità logistiche legate al polo di Campora, sede anche della scuola per l'infanzia e della primaria, tra gli aspetti principali per tutelare l'asilo ed evitare un eventuale accorpamento con l'altro istituto comunale della zona, il “Mela Verde”, il cui esaurimento posti, secondo le risposte del comune ricevute dai genitori, sarebbe considerata come condizione indispensabile per un ulteriore integrazione economica all' “Arcobaleno Magico”. Un'ipotesi che non piace alle famiglie della frazione di Campora, sono state  consegnate oltre 1000 firme all'Ufficio del Protocollo del Comune di Campomorone e chiedono una soluzione condivisa per far continuare a vivere l'asilo di Campomorone.

Manca il personale, biblioteca Guerrazzi a Cornigliano, a rischio chiusura

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A Cornigliano hanno iniziato ad accorgersene da qualche giorno. Un pomeriggio con la porta chiusa, una mattinata con un cartello appeso, “Ci scusiamo per il disagio, per motivi tecnici oggi la biblioteca resterà chiusa”. Basta poco, un'influenza dell'ultimo minuto o un ritardo dei mezzi pubblici per cambiare drasticamente la giornata dei frequentatori della biblioteca Guerrazzi in via Nino Cervetto, nell'ex “delegazione dell'acciaio”. Qui, tra prospettive di rilancio del quartiere attraverso la riqualificazione delle vie un tempo bagnate dal mare e iniziative del neonato consorzio dei commercianti, le iniziative proseguono con la stessa passione di sempre, dal ricordo della Resistenza con il coinvolgimento delle scuole di Cornigliano alle letture pubbliche, senza dimenticare la routine di ogni giorno, fatta di libri in prestito, consultazioni e accoglienza, specie dei più anziani. Proprio per loro, negli ultimi anni, erano stati varati i corsi di alfabetizzazione al pc, una spiegazione paziente che ora risulta sospesa. Come potrebbe essere l'intero servizio, trasformando la consueta apertura dalle 9 alle 19 in un percorso a ostacoli se non vi saranno modifiche all'organico entro l'estate, data di un'ulteriore diminuzione per il pensionamento di due dipendenti. «Siamo in totale una decina di persone, me compreso – spiega Emanuele Canepa, responsabile della biblioteca Guerrazzi scendendo la scalinata che conduce all'atrio del palazzo e di qui al giardino interno -. Per tenere aperto tutti i giorni della settimana servono però almeno tre dipendenti, ci sono più piani nella struttura e non sarebbe in sicurezza scendere al di sotto di quel numero minimo. In certe situazioni siamo però in difficoltà e, specie nell'ultimo periodo, siamo stati costretti a chiudere, un paio di pomeriggi nel mese di marzo. Speriamo ci sia presto una riorganizzazione e che possa esserci assegnato altro personale». Un auspicio condiviso anche dal municipio e soprattutto dai ragazzi delle scuole e dagli universitari, frequentatori della biblioteca Guerrazzi per riuscire a trovare la giusta preparazione prima degli esami. Il tempo però stringe. Dopo l'estate, infatti, altri due dipendenti dovranno essere tolti al numero già ridotto all'osso, un conteggio sempre più ristretto per il pensionamento dopo anni di lavoro e una passione per la biblioteca che non può non tenere conto dell'età. Senza un ricambio la delusione nel vedere ancora cartelli di scuse e porte sbarrate rischia di diventare qualcosa di più di un semplice episodio

 Riccardo Porcù 

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